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Xinjiang: la faccia sconosciuta della Cina

C’è una parte di Cina che fatica ad identificarsi con il governo centrale di Pechino, una parte in cerca di un’indipendenza che causa lotte e repressioni tra separatisti e forze governative, in un alternarsi di manifestazioni e prese di posizione che lasciano trasparire una crepa nell’armatura del Gigante rosso, altrimenti così coeso ed apparentemente inarrestabile.

Accanto a Tibet ed Hong Kong, le due regioni simbolo delle proteste per l’autonomia in Cina, ve n’è una terza che non beneficia dello stesso rilievo mediatico, ma che nei fatti è di importanza centrale per il governo di Pechino: lo Xinjiang.

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Situata nel nord ovest della Repubblica Popolare cinese, su una superficie pari a cinque volte l’Italia, lo Xinjiang è da decenni teatro di scontri tra l’etnia degli uiguri, popolazione turcofona e di religione islamica, e l’etnia Han, maggioritaria in Cina e alla guida del governo regionale.

Storicamente, la regione fu conquistata dall’Impero cinese nella seconda metà del XVIII secolo. I primi movimenti nazionalisti uiguri nacquero all’inizio del secolo scorso, e portarono alla proclamazione dell’indipendenza della regione con il nome di Turkestan Occidentale negli anni trenta prima, ed a metà degli anni quaranta poi. L’esperienza autonoma durò fino al 1949, con l’annessione alla neonata Repubblica Popolare cinese ed il ritorno dell’appellativo Xinjiang, letteralmente “Nuova Frontiera”.

Con la caduta dell’Unione Sovietica e la formazione di nuove entità statali musulmane nell’Asia centrale, anche il fermento uiguro si è riacceso con intensità crescente. A battersi per l’indipendenza oggi, oltre ai movimenti politici panturchi e al partito transnazionale del Turkestan, nell’area sono attivi gruppi estremisti come il Movimento islamico del Turkestan orientale e l’Organizzazione di liberazione del Turkestan orientale. Ad esse viene attribuita la responsabilità degli attacchi terroristi periodici contro la popolazione Han e le strutture governative, l’ultimo dei quali, risalente allo scorso novembre, ha provocato 15 morti. In passato, le due organizzazioni sono inoltre state accusate da Pechino di avere rapporti con la rete di al-Qaeda.A Uighur man looks on as a truck carrying paramilitary policemen travel along a street during an anti-terrorism oath-taking rally in Urumqi

Lo Xinjiang è una delle regioni più vaste della Cina. La ricchezza di petrolio e gas naturale rendono la zona di primaria importanza per il Governo di Pechino, costantemente impegnato nella repressione del separatismo uiguro. Il Partito Comunista predispose una serie di agevolazioni ed incentivi al trasferimento della popolazione Han nella regione, i cui risultati portarono ad un incremento della stessa dall’1% della popolazione totale nel 1949, all’attuale 40%. Accanto alla “conquista etnica”, la strategia di repressione del Governo vede spesso l’uso della forza e l’incarcerazione di chiunque dimostri simpatia per la causa. Lo scorso luglio, l’avversione per l’etnia locale ha portato alcuni comuni dello Xinjiang a vietare la partecipazione dei cittadini alle celebrazioni per il ramadan.

Perchè lo Xinjiang non ha mai avuto la stessa risonanza mediatica del Tibet, con cui condivide lo stesso spirito indipendentista verso Pechino? L’annessione di entrambe le regioni risale al 1949, ed entrambe sono popolate da minoranze religiose. Mentre la minoranza buddista gode del sostegno diffuso della comunità internazionale, potendo contare su di un rappresentante di rilievo quale il Dalai Lama, gli uiguri pagano la generale diffidenza occidentale verso il mondo musulmano, specialmente a causa dell’attivismo di al-Qaeda dell’ultimo decennio e dell’avanzata dello Stato Islamico.

Emanuel Garavello

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